
Sono piena di dolori. Ne ho uno diverso ogni giorno. "Lui", la mattina, quando siamo a letto e ancora non abbiamo aperto gli occhi, mormora: "Wendy, dimmi, cosa ti fa male oggi?". Sono un ipocondriaca, questo forse già lo sapevate. Di recente ho avuto la gastrite, una strana dermatite, una contrattura alla spalla che subito mi ha fatto pensare a una minaccia di infarto.
Nessuno mi crede quando dico che ho male qui, qui e qui. Fa parte dell'essere ipocondriaci non essere creduti. Anche il fatto di non curarsi fa parte di questa condizione.
Detto questo, l'altro giorno, mentre bighellonavo in libreria, facendo una smorfia di tanto in tanto a causa di quel fastidioso dolore alla cervicale che in quel momento mi attanagliava (un principio di artrosi?), mi sono imbattuta in un volumetto edito da Rizzoli dal titolo MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE, raccolta di autoepitaffi (più di 200) a cura di Eugenio Alberti Shatz e Marco Vaglieri. Italiani illustri e non hanno scritto, su invito dei due autori, ciò che vorrebbero fosse inciso sulla loro lapide. Qualche esempio: Renato Vallanzasca. Ha vissuto. Male. Ma ha vissuto. Oppure Marco Travaglio: Brindate, brindate pure. Tanto ricomincio subito dall'altra parte.
Ho riso fragorosamente nel silenzio che regnava fra gli scaffali della Feltrinelli. E mi è venuto il singhiozzo. E mi sono ricordata che tempo fa, nel Guinness dei primati, c'era segnalato un tizio che ce l'aveva dal 1922. O mio dio...si può morire a causa dello sforzo da singhiozzo?
E così, nonostante qualcuno sicuramente le abbia già utilizzate, per me non posso fare altro che immaginare, scolpite nella pietra, a suggellare il mio eterno riposo, le seguenti parole: Ve l'avevo detto o no?